Marcello l’orologiaio

La bottega del signor Marcello è tutt’altro che ampia. All’ingresso, si passa sopra uno zerbino così consumato da poter scorgere lo strato di gomma sottostante. Di fronte una vecchia porta di colore amaranto, con la vernice crepata e quattro rettangoli vetrati a tal punto sporchi da non scorgere l’interno. Il pomello, una volta di color oro, oggi mostra un’anima metallica nera.

Marcello è lì, nove volte su dieci, dietro al bancone con il capo chinato e la schiena talmente incurvata da poter osservare le onduline della sua spina dorsale. Gli abitanti del paesello sono soltanto trenta, eppure ha sempre in mano un orologio da riparare. In molti credono che sia lui stesso a manometterne qualcuno per restare sempre occupato. Intorno a quell’uomo anziano, quest’anno sono già ottanta, il caos. Un preciso caos, ordinato lo definisce lui stesso. In fondo, in quel luogo ci lavora lui e conosce perfettamente la posizione di ogni oggetto di cui potrebbe aver bisogno. La sua veneranda età, porta con sé qualche disturbo. Un lieve tremolio della mano destra, un dondolio del capo che si accentua con l’accrescere della concentrazione e un respiro sempre affannato, come se stesse correndo. Tiene sempre l’orologio con la mano sinistra, mentre è la vibrante destra quella che lavora alla riparazione.

In questo esatto momento, mentre lo osservo senza che lui si sia accorto del mio arrivo, stringe tra pollice e indice il quadro di un piccolo orologio da polso. Lo ha già aperto, inutile dire quanto siano infinitamente minuscoli gli ingranaggi all’interno. Con la guancia e il sopracciglio trattiene, in una morsa stretta, il monocolo mentre con una pinzetta sottilissima opera il suo nuovo paziente meccanico.

– Signor Marcello, che sta riparando stamane? – gli domando con tono acceso per farmi sentire. Non sembra importargli chi io sia. Non mi degna di uno sguardo, ma ritiene opportuno rispondere.

– Un vecchio Tudor Prince Date Day. Questo aggeggino mi sta facendo dannare – e, come spesso capitava, interrompeva la frase pur lasciando intendere che avrebbe voluto aggiungere altro.

– Ma perché non lo molli se ti sta facendo dannare? – lo incalzo. Non mi risponde. Passano venti secondi, poi trenta, e Marcello armeggia con il capo sempre più vicino agli ingranaggi.

– La soluzione al problema è proprio dentro la mia testolina. È questione di attimi e questo bel giocattolino tornerà a scandire il tempo. Amo quello che faccio. –

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